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martedì 14 giugno 2016

Vektor - Terminal Redux (2016)


 Tracklist:
1. Charging The Void
2. Cygnus Terminal
3. LCD (Liquid Crystal Disease)
4. Mountains Above The Sun
5. Ultimate Artificer
6. Pteropticon 
7. Psycotropia
8. Pillars Of Sand
9. Collapse
10. Recharging The Void


A parte alcuni act che ormai riempiono le arene, ma che sono già partiti con un certo obiettivo specifico, e cioè di conquistare il più possibile il cosiddetto pubblico mainstream (tipo i Volbeat, per dirne uno), tra le band underground una parabola ascendente al livello di quella dei Vektor è un caso più unico che raro. Già dopo l'uscita di "Black Future", nel 2009, c'era chi (giustamente) affermava che i Vektor fossero l'unico gruppo thrash in grado di giocarsela alla pari con le grandi band del passato. Così come dopo la prima data europea all'Hellfest 2013 è partita la gara ad incensarli il più possibile. 

C'è da dire però che i Vektor, tutto questo incenso se lo meritano eccome: un debut del calibro di Black Future, nella mia modesta opinione, non si era mai visto negli ultimi 10-15 anni . Hanno poco da dire i detrattori che li considerano come una cover band dei Voivod, dai quali mi sembra abbiano semplicemente preso le tematiche sci-fi e una certa propensione alla dissonanza e agli accordi spaziali, nella stessa misura in cui ne prendono le distanze con un songwriting più prettamente estremo e meno diretto.

Sicuramente non sono ragazzi che prendono alla leggera il proprio lavoro, visto che il tempo medio di scrittura e registrazione di ogni uscita targata Vektor è di circa 4 anni. Non c'è quindi da stupirsi se in 12 anni la band non sia stata particolarmente prolifica, soprattutto considerando l'elevatissimo livello qualitativo di ogni uscita. Solamente con "Outer Isolation" hanno rischiato di fare un mezzo passo falso, evidentemente forzati a spingere sull'acceleratore dalla label per non finire nell'oblio e cavalcare il consenso internazionale ricevuto con la pubblicazione di "Black Futur" che effettivamente aveva già messo in mostra le marce in più che possedeva la band rispetto alla concorrenza.. Il risultato è stato un disco degno del nome che portava in copertina, ma con una forte sensazione di incompiutezza, soprattutto squadrando la tracklist, e rendendosi conto che su 8 pezzi, ben 3 sono ri-registrazioni di brani contenuti nel demo "Demo-Lition" di qualche anno prima, tra cui "Tetrastructural Mind", una bomba assoluta sia su disco che dal vivo. Io lo considero più una sorta di EP di lusso, anche perchè la qualità della musica è ovviamente altissima. Ma stiamo seplicemente facendo esercizi di classificazione.

Il vero botto capace di spararli dritti Into The Legend insieme a Fabio Lione-Carrisi, è arrivato con quest'ultimo "Terminal Redux", opera magniloquente e pomposa, con la nuova etichetta della band, la Earache, impegnata per mesi e mesi ad aumentare l'hype con mille edizioni tra vinili, cd e pacchetti vari con le magliette più disparate. Hype che non è stato per niente deluso, anzi: 4 anni abbondanti di gestazione,  73 minuti di musica, un concept fantascientico intricatissimo e una delle migliori copertine viste da parecchi anni a questa parte sono semplicemente le premesse per un disco che è assolutamente cosa buona e giusta definire "capolavoro". I 4 musicisti sono in completo stato di grazia, e se il frontman David DiSanto ha firmato buona parte della musica contenuta su queste dieci tracce, e tutta la parte relativa a concept e test, i suoi compari hanno fatto di tutto per valorizzare al meglio delle composizioni già pregevoli di loro. Il drumming scarno e forsennato di Blake Anderson, il basso onnipresente di Frank Chin, in questo lavoro molto più protagonita che gregario, le dita magiche di Erik Nelson, che insieme a DiSanto forma una delle migliori coppie di asce dell'intera scena, tutto è perfettamente incastrato in canzoni intricate, tecnicissime ed aggressive. 73 minuti di puro godimento, con buone dosi di psichedelia ben mascherata tra le varie partiture più veloci e dirette. 73 miunti che passano in un attimo, come se si venisse lanciati in un buco nero, per poi tornare sulla terra giusto il tempo di premere nuovamente il tasto "play" e ricominciare il viaggio. Poche ma efficaci sono state le modifiche apportate al suono ormai tipico dei Vektor, come le due voci femminili ad accompagnare le armonie delle chitarre in apertura e chiusura del disco, e come gli arpeggi acustici e il cantato in clean di "Collapse", esperimento secondo me ben riuscito nonostante gli evidenti limiti tecnici del cantato pulito di DiSanto, che ha intelligentemente optato per una prestazione non sopra le righe, in favore di una atmosfera crepuscolare al massimo. Ho apprezzato molto anche l'idea delle due voci, che tanto ha fatto parlare i sedicenti critici, e che hanno paragonato i vari arpeggi a "Fade To Black", con cui sinceramente non ho trovato alcuna somiglianza. Ma proprio nessuna.

Non voglio nè fare un track by track nè allungare troppo questa recensione, ben sapendo di essere il mio unico lettore, e di conoscere già cosa sto per scrivere. Dico solo che pezzi come "Ultimate Artificer", "LCD" e "Psycotropia" sono delle mazzate allucinanti da ascoltare senza indugio, molto meglio di alcune droghe che tanti dicono vadano provate almeno una volta nella vita, e che la parte finale di "Rechargin The Void", con le voci femminili che si stagliano sopra una base in blast beat ed ai latrati lancinanti di DiSanto, mi ha al tempo stesso gasato e spaventato per la sua aggressività ed efficacia. 

Ormai i Vektor trascendono le classificazioni, e faccio sinceramente fatica a definirli thrash, o death, o progressive, o chissà cosa. 

Nel frattempo sono nate band su band con loghi sovrapponibili e monicker con la V per non dover moficare il fonte che ha solo quella come maiuscola, che con la scusa di ispirarsi ai Voivod (che, ricordo, per anni e anni sono stati relegati al ruolo di band di culto ma che nessuno ascoltava) e di conseguenza ai Vektor, hanno cercato di cavalcare l'onda provocata da questi ultimi. E devo dire che ce ne sono anche di validi, tipo i toscani Vexovoid, che mi sentirei anche di consigliarvi. I Vektor però, nel frattempo, con "Terminal Redux", hanno tirato fuori il cazzo, l'hanno messo sul tavolo e hanno fatto tacere tutta la concorrenza dimostrando le proprie dimensioni nettamente superiori. Con buona pace di quelli che erano saliti sul carro dei vincitori e che ora si trovano davanti agli occhi delle enormi cime da scalare per poter raggiungere i maestri.

Ecco, tralasciando qualsiasi tipo di ritegno, mi sento di affermare che i Vektor potrebbero tranquillamente permettersi di calcare i palchi di qualsiasi grande festival IN VESTE DI HEADLINER, e annichilire gruppi ben più blasonati, famosi e pagati, che non cederebbero per niente al mondo il proprio slot sul main stage.

Anche se, egoisticamente, preferirei restino nell'undergound, con la fama di semidei che si meritano, chiusi nelle loro stanzette tra gatti, cani e mogli tatuate rompicoglioni, a scrivere nuovi pezzi, senza eccessivi sogni di gloria che hanno rovinato negli anni anche il musicista più equilibrato.

Adesso non ci resta che aspettare il 2020, massacrandoci nel frattempo con il miglior disco uscito negli ultimi 15 anni almeno.


martedì 12 aprile 2016

Death DTA Tour: Eric Greif is the new Sharon Osbourne

In principio erano i Savatage. 
Dopo la morte di Criss Oliva, i tre restanti musicisti tennero un concerto in onore del fratello scomparso: batteria, basso, tastiere e voce. Al centro del palco faceva bella mostra di sè la ormai leggendaria chitarra vista sulla copertina di "Gutter Ballet", e in numerose altre rivisitazioni. Quando era in vita era la musica a parlare per lui. Da morto era la sua assenza a risuonare nel profondo di ogni fan accorso a salutarlo per l'ultima volta. Dai pochi video che si trovano su youtube è impressionante rendersi conto di come il suo suono inconfondibile sia presente quasi con arroganza su una "Believe" qualsiasi, nonostante l'inedita veste del pezzo.
 

Ora parliamo dei Death, di Chuck Schuldiner, e di quel maledetto cancro che ce lo portò via il 13 Dicembre del 2001, privando il mondo intero di uno dei migliori compositori della scena metal, e a parere di chi scrive, della Musica tutta. 

Il suo testamento musicale fu quel "The Fragile Art Of Existence" a nome Control Denied, ancora oggi così difficile da inquadrare in un filone musicale ben definito; album che ridisegnava i canoni delle composizioni a firma Schuldiner che, pur conservando una struttura circolare tipica dei Death, ne dilatava paurosamente i tempi e si permetteva divagazioni strumentali più o meno inedite.

Spremuta per bene la situazione Control Denied, con riedizioni su riedizioni, stampa di materiale demo e di finti inediti, lo strisciante Eric Greif, una sorta di Saul Goodman con i capelli di Sammy Hagar, inventa un nuovo sport: lucrare sul cadavere di Chuck con la scusa della omonima fondazione benefica (sulla quale ho pochi dubbi in fatto di onestà e buone intenzioni, essendo coinvolta in prima linea anche la madre di CS), e spremere come un limone il marchio Death, proponendo qualsiasi scempio gli sia potuto passare nella testa in questi quasi quindici anni, di cui il DTA Tour è solo una delle tante bieche operazioni commerciali di uno sfruttamento che va avanti ormai, come già detto,  da anni, tra ristampe dell'intera dicografia dei Death, in boxset da 13 cd l’una con tracce live, demo, registrazioni in studio durante le prove e pupazzetti (l'ultima, per ora, dato che al peggio non c'è mai fine, aberrante invenzione di cui nessuno sentiva la mancanza), pubblicazioni live (Cosa sono i più o meno recenti due-tre live album, se non un'ulteriore prova a sostegno della nostra tesi? Se volevamo un live che si sentisse di merda c’era già "Live In LA"…), e i DTA, che inizialmente, nel 2012 dovevano durare il tempo di un tour di poche date in giro per festival estivi poi, sai com’è, ci si lascia prendere la mano, e i dollaroni non fanno schifo a nessuno.
 

La pagina su metal-archives di tale Eric Greif mi racconta che è stato manager, negli anni 80, di vari gruppi della scena death americana che conta, nonchè organizzatore di alcuni festival estremi nello stesso periodo, manager dei Death stessi dall'88 al 94, e successivamente avvocato di gente tipo Paul Masvidal (e aspettiamo di sapere come finirà la diatriba sul nome Cynic) e di gruppi tipo Obituary, Massacre e Autopsy o di label tipo la Season Of Mist. Si è infine reinventato sciacallo  specializzato in vilipendio di cadavere, al pari di Gloria Cavalera e di Sharon Osbourne. Sì, so bene che i mariti di queste ultime non sono morti ancora, ma guardate bene Ozzy, e provate a immaginare l'odore di Max e ditemi senza ridere che non è già in via di decomposizione.

Personalmente mi sono sempre rifiutato di vedere i DTA-Death To All dal vivo, sia qui a Roma pochi giorni fa, sia negli anni scorsi in un paio di occasioni festivalare, proprio perchè non riesco a concepire i Death senza Chuck. Che sia per un tributo live o, peggio, per una registrazione che, fidatevi, prima o poi arriverà.

Il sospetto che il tutto venga organizzato solo per soldi più che per una genuina voglia di ricordare il genio di Chuck è molto forte, e a sostegno di questa ipotesi vanno i continui sold out anche della data di Roma, in cui il Traffic pare che fosse pieno al livello di non poter fare un passo, nemmeno aggirandosi dalle parti dei bagni in fondo al locale.

E c’è poco da gioire del fatto che ci siano Gene Hoglan o Steve DiGiorgio. Ci si fa le pippette tutti insieme perchè è un'occasione d'oro per vederli fare scintille dal vivo INSIEME, e sono il primo che darebbe via lo stipendio per vederli in azione, ma se si trovano sullo stesso palco davanti a un bandierone con il logo dei Death, è  semplicemente per un caso fortunato che li vuole liberi da altri impegni, probabilmente meno remunerativi. Nel primo tour se non sbaglio c’erano i soliti Hoglan, Masvidal, Reinert, DiGiorgio, più altri session più o meno recenti della storia dei Death, da Shannon Hamm allo scomparso Scott Clendenin, più gente random tipo Hannes Grossman e Steffen Kummerer degli Obscura, che poi hanno dovuto dare forfait per le solite storie burocratiche coi VISA negli Stati Uniti, o Travis Ryan, o Matt Harvey, o Danny Walker, o tale Charles Elliot degli Abysmal Dawn. Tutti ottimi musicisti, per usare un eufemismo, ma che coi Death e con Chuck Shuldiner hanno avuto poco o niente a che fare.

Tutti sono intercambiabili, con i quasi intoccabili Hoglan-DiGiorgio a fare da pilastri inamovibili, almeno finchè i Testament non li richiameranno al quartier generale, e lì entreranno le riserve che già ora si staranno scaldando.

È tutta una enorme presa per il culo. Per quanto mi riguarda, molto meno rispettabile che un tributo qualsiasi dei Symbolic o degli Zero Tolerance a 5 euro in un locale da 100 persone. Tutti gruppi di fans che hanno la stessa passione dei vari Gene Hoglan, Steve Di Giorgio, Bobby Koeble (che ha pure messo da parte il jazz per un po'), e ai quali non contesto NULLA. 

La vera e unica piaga è questo maledetto Eric Greif, che è materialmente quello che stacca l'assegnone, e che ha deciso di volerne staccare ancora parecchi.

E poi, sinceramente, ma chi cazzo è sto Max Phelps?

Avrei capito di più una operazione di pura nostalgia con una sezione strumentale INTERAMENTE composta di ex membri, e con le linee vocali lasciate al pubblico. Ma mettere un tizio a caso davanti al microfono e con una chitarra in mano mi fa pensare veramente ad uno che dopo averti picchiato e lasciato per terra sanguinante torna indietro per sputarti in faccia e per insultarti la madre.

Sono lontani i tempi dei Savatage e del tributo da lacrime a Criss Oliva, con la chitarra al centro della scena e Paul O'Neil che piange a bordo palco. Ma in quel caso si parla di signori veri.

domenica 27 luglio 2014

Carcharodon - Roachstomper (2013)

Tracklist:
1. Stoneface Legacy
2. Pig Squeal Nation
3. Adolf Yeti
4. Beaumont, TX
5. Jumbo Squid
6. Marilyn Monroid
7. Chupacobra
8. Burial In Whiskey Waves
9. Alaska Pipeline
10 Voodoo Autopsy
11. The Sky Has No Limits

Mentre il comandante Schettino, tra una data con gli Hideous Divinity e un processo, se la spassa di bianco vestito tra festini Vip tutti lampade e cocaina, la sua Costa Concordia procede nel lento, inesorabile, ultimo viaggio verso Genova, dove verrà demolita da quattro rozzissimi frequentatori delle peggiori bettole della Liguria a forza di riffoni "grossi come montagne", di sguaiatissimi cori e di growl puzzolenti di alcool semi-digerito.

I quattro in questione sono i Carcharodon, band che, purtroppo, in Italia non ha ancora il nutrito seguito che meriterebbe, ma che può permettersi lunghe tourneè negli Stati Uniti (dove, per certe sonorità, hanno l'occhio molto più lungo del nostro), e dove vengono invitati tranquillamente, come vecchi amici, alle prove di gente come i Crowbar, gruppo sicuramente presente nello sterminato panorama ispirativo dei quattro Alassini.

Che la scena doom, sludge, stoner et similia Italiana goda di ottima salute e non abbia assolutamente nulla da invidiare a quella di zone con una tradizione ben più radicata nel genere non è sicuramente una novità, ed il fatto, ad esempio, che il concerto dei Pagan Altar, l'anno scorso, sia stato letteralmente oscurato dalle esibizioni magistrali dei supporter Doomraiser e Caronte, parla chiaro. Mentre da noi tutti questi ragazzi sono costretti ad organizzarsi da soli i concerti, magari invitandosi a vicenda, o a doversi ridurre al (dignitosissimo, per carità) ruolo di supporter, all'estero possono permettersi di spadroneggiare a testa altissima tra i grandi headliner dei festival di genere.

Insomma, come suonano questi Carchardon? Suonano Americanissimi. Suonano come suonerebbe Elvis se girovagasse per gli Stati del Sud dopo essere risorto dalla tomba, ovviamente vestito da Gallo Cedrone, trascinando i suoi arti putrefatti da Mephis alla Lousiana, passando per il Texas. La bravura dei nostri sta proprio nel rifarsi ad un certo immaginario, sicuramente non appartenente alla nostra tradizione, senza risultare assolutamente fuori posto, e senza dare alcuna impressione di scimmiottamento all'Italiana. I Carcharodon sono perfettamente credibili nella loro parte di vecchi redneck con gli stivali pieni di fango, che passano le serate su di un divano semidistrutto nel patio a masticare tabacco e a bere Whisky distillato illegalmente, andando a caccia di alligatori per passare il tempo.
 L'autodefinizione "Macho-Metal" che i ragazzi si danno è un mix infernale, come già accennato, di sludge con la panza e doom molto maschio, di un death'n'roll fortemente debitore della scuola Entombed e di un r'n'r con la barba, con decise influenze che vanno dal country, al rockabilly, al blues e più in generale a tutta la più smaccata tradizione sudista.

Tutto, in questo "Roachstomper", è curato sin nel minimo dettaglio. L'iniziale impressione di caos dei primi ascolti lascerà ben presto il posto ad una sensazione profonda, una voglia di sfasciarsi al suono dei chitarroni distortissimi della coppia di asce Max e Boggio, fondatore del gruppo insieme al fratello Pixo, basso e voce. A chiudere la formazione, dietro le pelli, c'è Zack, a dare un po' di ordine con un drumming preciso, potente e scarno, ma molto poco scontato. Ogni fase di questo disco scorre con una fluidità pazzesca, pur essendo perfettamente imprevedibile. Anche solo nell'opener "Stoneface Legacy" c'è tanta di quella carne al fuoco che viene da chiedersi come i ragazzi siano riusciti a rendere il tutto così organico e a dare ad ogni pezzo un tiro ed un suono inconfondibili. Enormi riff super dilatati si alternano con piacere a sfuriate dal tiro micidiale, ad arpeggi, ad assoli melodici di gran gusto, ad inserti di slide guitar, mentre la voce passa senza soluzione di continuità da un growl imbastardito ad uno molto più profondo e cavernoso a cori armonizzati e chi più ne ha più ne metta.

Ci si lascia volentieri trasportare nelle atmosfere da live infuocato con "Pig Squeal Nation", da cantare a squarciagola con una bottiglia in mano, preferibilmente in locali pieni zeppi di gente sudatissima, con la successiva "Adolf Yeti", nata apposta per scatenare un putiferio sopra e sotto il palco, o su "jumbo Squid" tutta da saltare con un cappello in testa. "Beaumont, TX", dopo un'intro lenta ed evocativa, lascia spazio ad uno dei migliori riff del lotto: lungo, lento, pesantissimo, eccessivo in tutto e per questo vincente. Le influenze country si trovano seminate lungo tutto il disco, siano assoli, riff o semplici fill, ma vengono evidenziate alla grande in "Marylin Monroid", inno alle pin-up amanti del sesso estremo, in cui riff pesanti e veloci si alternano alla grande a galoppate in finger picking che chiamano a gran voce la presenza di un banjo. "Burial In Whiskey Waves" , dopo una lunga sfuriata inziale, acquista un sapore da colonna sonora, grazie ad un inaspettato intermezzo di tastiere, chitarre armonizzate e cori, mentre la conclusiva "The Sky Has No Limits", estremamente varia, è infarcita delle più svariate idee, tra psichedelia alla Black Sabbath prima maniera, il rock di Chuck Berry, lo sludge dei Down, e quant'altro la fervida immaginazione dei 4 sia riuscita a partorire.

Alcuni passaggi di questo "Roachstomper" potrebbero essere usciti tranquillamente da un lavoro dei Mastodon, senza (per fortuna) la componente troppo caotica che da sempre caratterizza la band di Troy Sanders e soci, ma con un'organizzazione che raramente si trova nei lavori moderni, dove si ha troppo spesso la sensazione di avere semplicemente dei riff incollati tra di loro.

Un disco sanguigno, viscerale, vario, incontenibile, che porta i nostri molti gradini più in alto rispetto al debutto "Macho Metal", ormai del 2008. Questo "Roachstomper" forgia un sound sfaccettato, caleidoscopico, riconducibile a mille e più gruppi, generi e stili diversi, o più semplicemente riconducibile direttamente a quella che per quanto mi riguarda è attualmente tra le migliori, se non la migliore realtà italiana: i Carcharodon.