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martedì 13 settembre 2016

Serious Black - Mirrorworld (2016)




Tracklist:
1. Breaking The Surface
2. As Long As I'm Alive
3. Castor Skies
4. Heartbroken Soul
5. Dying Hearts
6. You're Not Alone
7. Mirrorworld
8. State Of My Despair
9. The Unborn Never Die

Avete presente quella donna bellissima con cui siete andati a letto (non ce l'ho presente nemmeno io, ma fate lavorare l'immaginazione) e che il giorno dopo, struccata, con il pigiamone di flanella, mentre si incammina scoreggiando verso il bagno, vi si rivela nel suo vero aspetto? Bene, questi sono i Serious Black.

Nati come una all-star band, spinta all'inverosimile come una creatura nata da un'idea del tipo che si è mangiato Roland Grapow, e del bassista dei Vision of Atlantis, che mi sembra comunque eccessivo chiamare "star". A loro si sono aggiunti altri tizi provenienti come turnisti o membri stabili da gruppi più o meno affermati , ma comunque fuori dal giro di quelli che contano veramente. La vera chicca, che ha permesso alla label di creare un hype spaventoso su questo collettivo, è stato il nome di Thomas Stauch, indimenticato ex batterista dei Bind Guardian che tutti, più o meno segretamente, speriamo un giorno di rivedere sul palco con i bardi di Krefeld. Tutti questi nomi altisonanti (a guardare bene, Grapow e Stauch) hanno permesso alla band di godere di un certo seguito già prima di pubblicare l'album di debutto, e di imbarcarsi successivamente in un tour come spalla ad Hammerfall e Orden Ogan.

La storia ufficiale vuole Grapow e questo Mario Lochert che mentre si fanno una chiacchierata alcoolica, decidono di tirare su un gruppo insieme, e per farlo scelgono a casaccio, tipo album di figurine, uno Svedese-Americano (Urban breed, ex cantante dei Tad Morose, su cui torneremo tra poco), un greco, un Giordano, un altro tedesco, un austriaco, un Ceco. Pare che un giorno tutti questi si siano visti in studio e nel giro di pochi giorni abbiano tirato fuori i pezzi che sarebbero poi finiti sull'album "As Daylight Break". Registrano un video in cui Thomen compare come una sorta di novello Steven Seagal, che per fare il fico in canotta è morto di freddo e sta ancora mezzo bloccato con la schiena da due anni, e che lo porta a prendere la decisione di abbandonare la band insieme a Roland Grapow che improvvisamente si rende conto di non riuscire a conciliare gli altri suoi impegni, tipo i Masterplan. I due vengono prontamente rimpiazzati da due session random (se non sbaglio il Giordano e il Greco di cui sopra) e la band va avanti come se niente fosse fino alla fine del tour. Per il nuovo disco il Giordano viene scaricato e rispedito al mittente (la sua band principale, i Freedom Call) e viene ingaggiato il numero 2 per eccellenza dopo Ripper Owens: Alex Holzwarth. Anche lui pare abbia registrato la batteria in veste di ospite e, immagino, verrà ringraziato e sostituito prontamente da qualche batterista dalla provenienza esotica.

Per quanto mi riguarda, le cose sono andate diversamente. Penso che Grapow si sia limitato a firmare la liberatoria per poter utilizzare il suo nome nei credits dell'album, e a comparire nel video che tanto è stato fatale al nostro Thomas Stauch, che forse invece ha perfino registrato le sue parti di batteria. Ho i miei dubbi sul fatto che tutti i sei membri del gruppo si siano incontrati prima di partire per il tour (le foto promozionali con i 6 membri incollati uno vicino all'altro, per il primo e per il secondo album sembrano avvalorare la mia ipotesi), e ho il sospetto che, dopo aver ricevuto i file di guitarPro, ognuno abbia registrato la sua parte spedendola per il mix finale.

Nelle interviste si parlava con entusiasmo di come ognuno fosse riuscito a coronare il suo sogno di formare un nuovo gruppo power che suona come altre centinaia di gruppi power, di come il nome Serious Black non sia stato assolutamente scelto per la somiglianza con il personaggio di Harry Potter (a casa mia si chiama "esca per i gonzi"), di come tutti si sarebbero impegnati al massimo per portare il nome del gruppo ai vertici del metal mondiale, salvo andarsene due giorni dopo. Insomma, tante belle parole, tanta bella pubblicità, e pochissima sostanza.

A dire il vero, anche il fatto che il cantante sostenga che il suo vero nome sia Urban breed (con la minuscola) non depone così a favore della loro onestà intellettuale.

Insomma, una volta accantonato il discorso pubblicità ingannevole, se parliamo solo di musica possiamo dire che i Serious Black avrebbero potuto cavarsela anche senza scomodare nomi altisonanti. Power metal molto radiofonico, con i ritornelloni che parlano di amore, l'elegante  voce di Urban breed che tesse delle belle trame vocali su una base composta di pochi riff e di tanti accordoni. Immaginate una versione molto più gay degli Unisonic senza Michael Kiske.

Il disco è composto di 8 tracce più un'intro. Della durata media di 4 minuti scarsi: 36 minuti in totale. Diciamo che come standard è abbastanza risicato: nell'album precedenti i pezzi effettivi erano 10 e la durata totale di circa 45 minuti, ma il discorso è sempre lo stesso. Il sapore di una corsa disperata per far uscire in tempo utile un secondo album costituisce l'ennesimo punto a sfavore di una band che, a mio avviso, complice una label sconsiderata e i suoi consigli fuori luogo, si è sputtanata da sola senza averne bisogno. 

Magari avrebbero impiegato 2-3 album per farsi un nome, e avrebbero dovuto sudare di più per andare in tour con certi gruppi, ma non avrebbero fatto la figura dei coglioni. Ed avrebbero potuto raccogliere il meritato (e moderato) successo. Sono convinto che al terzo album si scioglieranno e che tra 4-5 anni non si ricorderanno più nemmeno loro della parentesi Serious Black. Ma per ora qualche ascolto in scioltezza gli si concede volentieri. Il disco passa in fretta e non lascia assolutamente nulla, ma in quei 36 minuti devo ammettere che risulta tutto sommato piacevole, oltre che molto poco impegnativo.

venerdì 17 giugno 2016

Iron Savior - Titancraft (2016)


Tracklist:
1. Under Siege
2. Titancraft
3. Way Of The Blade
4. Seize The Day
5. Gunsmoke
6. Beyond The Horizon
7. The Sun Won't Rise In Hell
8. Strike Down The Tiranny
9. Brother In Arms
10. I Surrender
11. Rebellious

Piet Sielck mi è sempre stato parecchio simpatico. È un po' l'eterno secondo della storia dell'heavy metal. Tanto per dire, è colui che insieme a Kai Hansen ha inventato il power metal. Insomma, non proprio l'ultimo degli stronzi. Sfortuna vuole che abbia abbandonato gli Helloween quando ancora si chiamavano Second Hell e suonavano nei locali della Germania Ovest per una cassa di birra e una ravanata di mutande da parte della bionda ubriaca di turno. Poi entrò Weikath, e il resto è storia. Nel frattempo il nostro Piet ha intrapreso una vita come produttore e ha fondamentalmente tirato i fili dell'intera scena power tedesca, tanto per citare alcuni gruppi che hanno goduto della sua produzione: Blind Guardian, Gamma Ray, Stormwarrior, Paragon, Persuader, Grave Digger e Headhunter.
Poi ad un certo punto ha deciso di riprendere in mano la chitarra e ha fondato gli Iron Savior, mettendo su una sorta di supergruppo che all'inizio contava tra le proprie fila il vecchio amico e compagno Kai Hansen e quella mitragliatrice umana che risponde al nome Thomas Stauch, fabbro al servizio dei Blind Guardian che ha effettivamente bisogno di poche presentazioni. Con la formazione leggermente rimaneggiata negli anni (Dan Zimmerman, che ha sostituito Stauch per un paio di anni, prima di lasciare definitivamente il posto a un altro veterano della scena di Amburgo, Thomas Nack, già ascoltato con i Gamma Ray nei primi anni 90, e il perfetto sconosciuto Joachim Küstner, probabilmente il coinquilino e collega di Sielck, al posto di Kai Hansen, andatosene dopo i primi due album) gli Iron Savior sono andati avanti pubblicando dischi su dischi e mantenedosi su livelli qualitativi più che buoni, senza mai sfornare capolavori immortali, e senza mai far gridare allo scandalo.
La formula è sostanzialmente quella del tipico power metal di Amburgo, con pochissime variazioni sul tema. I richiami ai Gamma Ray sono forti, nonostante una pesantezza di base leggermente maggiore rispetto al gruppo dell'uomo con la volpe in testa (ma davvero pensavate che quelli fossero i suoi capelli?) e linee vocali allo stesso melodiche e aggressive, giocate soprattutto sui registri medio-bassi: tanto per dare un'idea, qualcosina in meno rispetto a Peavy Wagner, per la sua abitudine di essere sempre un eterno secondo.
La volpe sulla testa di Kai Hansen mentre concede un'intervista a Blabbermouth

C'è da dire che a Piet Sielck non sembra pesare tutta questa situazione: sarebbe potuto diventare rich and famous con gli Helloween, ma anche con i Gamma Ray, e invece si diverte con il suo gruppo a suonare in locali da 300 persone, girando video per i quali la Napalm elargisce un budget che sfiora le 15 mila lire e registra i dischi che gli pare, quando gli pare, producendoli e potendosi esprimere nel migliore dei modi senza dover chiedere consigli a nessuno. Questa sua ottica alla do it yourself ne ha un po' cristallizzato lo stile in una formula che richiama certe sonorità dei migliori Accept, e le miscela, appunto, con i canoni tipici dell'Hamburg power metal. Nei suoi dischi si sentono echi di tutti i gruppi già citati, per i semplice fatto di essere la mente, o almeno una delle due menti dietro a quel sound estremamente riconoscibile e coinvolgente.
Al termine dell'articolo vi posto il video in cui si cimenta nell'imitazione (riuscitissima) di Marco Berry quando conduceva il gioco a premi dentro a un taxi e, oltre a farvi una risata, soprattutto per la tristezza di un video girato con quattro soldi e un cellulare (e a macchina ferma con la cintura di sicurezza sennò arriva direttamente la Polizei con la squadra Cobra11), spero vi rendiate conto della genuinità di questa gente. Gente che, nonostante faccia video ridicoli, se ne sbatte altamente le palle e pensa solamente a divertirsi e a registrare una musica sanguigna e sincera, che ci fa scapocciare tutti contenti e ci fa dimenticare per quei 50 minuti il fatto che, sì, Piet Sielck sarà un eterno secondo, ma che effettivamente è sempre in una posizione migliore della nostra, a pecora, a cui ci siamo ormai abituati.

Vi chiederete a questo punto come sia questo nuovo “Titancraft”. Io vi dico che non aggiunge né toglie niente a quello che è stato già detto con i dischi precedenti. Probabilmente contiene cori meno memorabili rispetto ai precedenti “Rise Of The Hero” o “The Landing”, ma è comunque pieno zeppo di brani per cui impazzire dal vivo, marchiati a fuoco col sigillo della città di provenienza del gruppo. Ascoltarlo non è sicuramente una perdita di tempo, e ve lo consiglio caldamente, insieme all'esortazione a scavare nella loro intera discografia.
Si, ok, c'è la scena di Gothenburg e di Stoccolma, quella di Bergen, quella di Tampa e della Bay Area. Ma altro che Sparta, QUESTA È AMBURGO!!!!!



martedì 3 maggio 2016

Almanac - Tsar (2016)


Tracklist:
1. Tsar
2. Self-Blinded Eyes
3. Darkness
4. Hands Are Tied
5. Children Of the Future
6. No More Shadows
7. Nevermore
8. Reign Of Madness
9. Flames Of Fate

Ammetto che ho sempre avuto stima per Victor Smolski. Anche solo per il fatto di essere probabilmente l'unico Bielorusso a non aver scelto una carriera nel porno.
Quando lo vidi per la prima volta dal vivo, anni fa, ad un Wacken qualsiasi, in cui si esibivano i Rage con la Lingua Mortis Orchestra per la solita retrospettiva orchestrale, mi colpirono particolarmente la sua raffinatezza negli assoli, un suono settato perfettamente, ma soprattutto i suoi stivali a punta lunghi un metro e mezzo.
Compositore eclettico, chitarrista solido ma mai scontato, mi ricordo di essere rimasto positivamente stupito quando ascoltai per la prima volta "Unity" dei Rage, in cui il sound tipico del gruppo non veniva affatto sacrificato, ma i riff di chitarra acquistavano in continuazione colori diversi, spaziando dal power tradizionale, al thrash, ad una sorta di funky metallico, senza tralasciare arpeggi e passaggi in fingerstyle un po' alla John 5.
Ai tempi dei Rage, Victor si era accollato, oltre al peso della composizione in tandem con il nostro adorato pelatone grassone, quello degli arrangiamenti orchestrali e di altri numerosi aspetti che, immagino, saranno passati per la produzione, la registrazione, il merchandising e l'accudimento del papà obeso di Peavy Wagner. E purtroppo, si sa, quando un musicista deve occuparsi di un gruppo a trecentosessanta gradi, rischia sia di risultare un rompicoglioni galattico (pare che Terrana, per quanto non abbia mai commentato apertamente lo split con i Rage, dica in continuazione che c'era "qualcuno" che pensava di dirgli come e cosa suonare, scatenando in lui un odio viscerale verso i chitarristi. Odio che si porta ancora appresso e che non manca di rimarcare in occasione di ogni intervista, condita da chili di sano umorismo, che quindi ci fa adorare sempre più il simpatico drummer dalla cresta calva, colui che da solo può tenere in piedi lo show di qualsiasi band gli chieda aiuto dietro alle pelli), sia finire inevitabilmente a scontrarsi con gli altri membri sulla direzione che una band debba prendere. Nel caso dei Rage trovo più che giusto che Peavy, minacciato nella sua figura di leader, abbia scelto, ovviamente, di restare senza concorrenza e di prendersi due ragazzetti che, sono sicuro, ci regaleranno l'ennesima mazzatona, anticipata dalla gobidile "My Way" di qualche mese fa. Quindi, uno dichiara di voler tornare alle origini mantenendo in piedi le 3 formazioni di casa Rage: Refuge (i Rage quelli dei primi album con Manni Schmidt), la Lingua Mortis Orchestra e gli stessi Rage, auspicando un ritorno a sonorità più thrash ("ora che il cacacazzi direttore d'orchestra se n'è andato"); e l'altro può finalmente fondare un gruppo a suo nome, prendendosi carico e curando tutti gli aspetti della pubblicazione di un disco, potendo contare sull'appoggio fiducioso di mamma Nuclear Blast che gli regala non uno ma 3 cantanti, di cui parleremo in seguito, un pugno di musicisti giovani e semisconosciuti ma affatto inesperti e un bel po' di tempo in compagnia di non so quale orchestra con cui potersi divertire a scrivere gli arrangiamenti.
Insomma, quando Smolski se ne uscì dicendo di voler dare alle stampe il debutto dei suoi nuovi Almanac, che sarebbe stato un concept sulla vita di Ivan il Terribile, primo Zar di Russia, e che sarebbe stata una sorta di proseguimento ideale del percorso intrapreso con la LIngua Mortis Orchestra, ho avuto l'intenzione di ignorarne bellamente l'ascolto. Fino a quando non è stato annunciato che i cantanti coinvolti in studio e dal vivo sarebbero stati David Readman, in forza nei Pink Cream 69 che conosco solo escono fuori nei discorsi ogni volta che si parla di Andi Deris, ma che sono sicuro siano un gruppo estremamente valido, dato che membri ed ex membri hanno colonizzato ormai qualsiasi formazione power tedesca degli ultimi 25 anni; le due cantanti della Lingua Mortis Orchestra, delle quali è rimasta solo la sempre sorridente Jeannette Marchewka, che si fa le foto con Gianni Fantoni mentre sfoggia una console per guitar-hero modificata, e il sommo Andy B Franck, singer degli immensi Brainstorm, che se ne sono usciti pochi mesi fa con un discone pesantissimo pieno di acciaio tedesco di prima qualità, e che spero di potervi raccontarvi in futuro. E insomma, per Andy hofatto un'eccezione e ho dato un assaggio al disco.
Ed è una bomba.

Parliamo di un mix di heavy-power influenzato dal thrash, venato delle pennellate barocche-neoclassiche dipinte dalla chitarra di Smolski. Il tutto legato amabilmente ad orchestrazioni mai troppo impegnative o fini a se stesse nè sovrastanti la base fornita dal nucleo della band. Produzione egregia e molto poco plasticosa per gli standard Nuclear Blast, che non arretra mai di un centimetro, rifiutandosi di sacrificare alcun briciolo di potenza in favore degli arrangiamenti orchestrali. Inutile una descrizioni prolissa dei brani: vi basti sapere che per tutto il disco Victor macina riff su riff decorandoli con i suoi fill fuori dal mondo senza mai darci l'impressione che il tutto sia un semplice divertissement con cui mettersi in mostra ma anzi, mettendosi completamente al servizio della musica. Il tutto mentre la band svolge egregiamente il proprio lavoro di supporto alla sei corde e alle tre ugole che si alternano in continuazione, con l'unico errore, se posso permettermi, di aver lasciato un po' in disparte la donzella, relegandola più che altro al ruolo di corista di lusso, nonchè esca per metallarini nelle future date dal vivo. Menzione speciale per gli assoli che risuonano nitidi, pieni, particolarissimi e coinvolgenti, mai prevedibili ma anzi continuamente cangianti, e che mettono in luce il gusto fenomenale del Bielorusso in fase sia compositiva che esecutiva.
Che altro dire? Il valore del disco cresce con gli ascolti, i cori vi si stamperanno in testa abastanza presto e l'omogeneità dell'intero disco lo farà scorrere via come acqua fresca, mandandovelo in loop senza nemmeno accorgervene.
Con questo album, Victor Smolski ha finalmente affermato il suo altissimo valore di musicista e di compositore, anche svincolato dal potente morso del Soundchaser. E finalmente, dico io, viste le ultime uscite in casa Rage, sempre pregevoli ma un po' colpevoli di andare col pilota automatico.
Ora aspettiamo la controffensiva di Peavy Wagner, che non tarderà ad arrivare.
Sparatelo dale casse a volume inumano, e nel frattempo, Caviale, Champagne e troie per tutti!

Victor pronto per andare al concerto di ДL ЬДЙФ З ЯФMIЙД: la classe, l'eleganza e la raffinatezza prima di tutto

venerdì 11 luglio 2014

Grave Digger - Return Of The Reaper (2014)


Tracklist:
  1. Return of the Reaper
  2. Hell Funeral
  3. War God
  4. Tattooed Rider
  5. Resurrection Day
  6. Season of the Witch
  7. Road Rage Killer
  8. Dia de los Muertos
  9. Satan's Host
  10. Grave Desecrator
  11. Death Smiles at All of Us
  12. Nothing to Believe

È molto difficile, se non impossibile, tornare ai livelli del passato. Benchè sia stato sbandierato ai 4 venti, con molto anticipo rispetto all'uscita dell'album e con un po' di arroganza, che codesto nuovo "Return Of The Reaper" avrebbe ripreso le atmosfere e lo stile della coppia "The Reaper" e "Heart Of Darkness" (veri e propri massi di granito, imperdibili per qualsiasi fan della band di Chris Boltendhal e soci). Questo nuovo lavoro ne riprende, per quanto mi riguarda, semplicemente il titolo.

Quando uscì "The Reaper" era il 1993 e lo speed-heavy metal tedesco era già stato inventato e perfezionato da tempo, e la qualità di uscite ad alto livello era impressionante: gli Accept avevano già pubblicato da anni i loro capolavori e se ne uscivano con "Objection Overruled", disco che segnava la riunione con il figliol prodigo Udo e sanciva praticamente la fine della prima grande era della band, da qualche anno tornata alla carica in gran spolvero con il buon Mark Tornillo che riesce nel quasi impossibile compito di non farci rimpiangere il nostro nano da giardino preferito; i Blind Guardian si preparavano a scrivere "Imaginations From The Other Side", che uscirà due anni più tardi e diventerà in breve il punto di riferimento (mai raggiunto) per tutti i gruppi dell'esplosione power-fantasy negli anni a seguire e gli Helloween vagavano in lidi più melodici con il discusso "Chameleon" mentre il fuoriuscito Kai Hansen umiliava Weikath con "Insanity And Genius" dei suoi Gamma Ray.

In questo fiorente contesto c'era anche una ulteriore realtà attiva dal 1980 che, con alcune validissime pubblicazioni alle spalle, aveva provato a cambiare nome e darsi ad un genere più commerciale ("qualcosa da classifica che suonasse come Bon Jovi") con il solo intento di diventare famosi, con risultati disastrosi per loro, e più che discreti per me: "Stronger Than Ever" dei Digger di commerciale non ha nulla, ma è semplicemente un tipico disco heavy tedesco degli anni '80 con qualche tastiera pacchiana e un po' più di melodia. Ed una copertina che definire ridicola sarebbe riduttivo.

Insomma, ritornati in carreggiata sotto il veccho monicker, e con la stessa formazione dell'ultimo fiasco, che comprendeva la presenza alla sei corde del buon Uwe Lulis, i nostri sfornano quella mazzata nei denti che risponde al titolo di "The Reaper". Mentre i primi album erano tutto sommato dei bei dischi di speed metal da cuoio, borchie, moto e birra (la fica i GD non sanno nemmeno cosa sia, specie dopo la foto di gruppo sul retro di "War Games" che vi consiglio di andare a cercare: è un gioiellino del trash) di cui è da apprezzare la sincerità estrema, con questo nuovo lavoro i Grave Digger entrano di prepotenza nell'Olimpo della scena heavy tedesca ed Europea. Composizioni dirette, veloci, solide e riff più o meno semplici ma coinvolgenti al massimo fanno da tappeto sonoro alla voce inconfondibile dello zio Chris senza mai perdere il tiro per un secondo: ascoltare "The Reaper" vuol dire ritrovarsi con il pugno alzato a fare headbanging anche in metropolitana.
L'EP "Symphony Of Death", uscito l'anno successivo, funziona come una macchina oliata alla perfezione (e ti credo, c'è Jorg Michael alla batteria), riprendendo lo stile di "The Reaper" e portandolo a livelli ancora superiori.
Il successivo "Heart Of Darkness" è dotato di composizioni leggermente rallentate ma dal felling oscuro ed ancora più rocciose.
Inutile raccontare del successo esplosivo con la trilogia medievale ("Tunes Of War", "Knights Of The Cross" ed "Excalibur"), in cui il gruppo trova la sua dimensione rendendo sempre più epiche le proprie composizioni, lavorando su dei concept storici e infarcendo i pezzi di cori perfetti in sede live.
Dopo "Excalibur" qualcosa si rompe nella macchina: Uwe Lulis se ne va dal gruppo, fonda i Rebellion e perde immediatamente tutta la sua creatività, impegnando le proprie forze per perdere una causa legale contro Boltendhal atta a poter mantenere per sè il monicker "Grave Digger" (che poi non è che ci volesse una sentenza del tribunale per capire che il gruppo l'ha fondato quell'altro e tu non devi rompere le palle).

Alla chitarra arriva Manni Schmidt, fuoriuscito anni prima dai Rage e coautore dei primi album del gruppo (quelli più sanguigni, precedenti alla svolta pseudo orchestrale), che dopo un paio di buone prove in studio, e figure misere dal vivo (almeno un assolo, UNO, potevi ricordartelo, brutto panzone), perde anch'egli la creatività e si adagia su una serie di composizioni fiacche, monotone, finchè qualche album dopo viene allontanato e sostituito con l'attuale Axel "Ironfinger" Ritt, sedicente guitar hero in forza da seimila anni nei Domain.

I Digger, reclutato questo nuovo "fenomeno" alla sei corde decidono di fare quello che farebbe qualsiasi gruppo in piena crisi di mezza età: rispolverare il vecchio repertorio e riproporre dal vivo per intero l'album di maggior successo ("Tunes Of War", ispirato alla storia e alle battaglie della Scozia per conquistarsi l'indipendenza) e pochi mesi dopo danno alle stampe quello che dovrebbe essere il seguito ideale dello stesso album ("The Clans Are Still Marching"), osannato dalla critica ma che da queste parti non s'è guadagnato nemmeno un secondo ascolto, come gli ultimi 2-3 dischi del combo.
Il tempo di pubblicare "Clash Of The Gods" poco tempo dopo, anch'esso dotato della stessa mancanza di idee e di mordente, oltre che nel lavoro di chitarra e di composizione in generale, soprattutto nel lavoro dietro al microfono di Chris Boltendahl, con gli anni sempre più annoiato, ridondante e banale sia nei testi, sia nelle linee vocali.
I riff si fanno tutt'altro che memorabili, c'è una mancanza generale di coinvolgimento dell'ascoltatore, soprattutto a livello dei cori (aspetto che in passato ha salvato moltre composizioni della band) ed, a mio avviso, un senso generale di noia sia nel produrre il disco, sia nell'ascoltarlo.

Dal cilindro indossato per l'occasione, i nostri si inventano questa operazione revival, sperando che il titolo del loro primo capolavoro smuova gli animi, ed i portafogli, dei tanti che ancora li seguono.
Sinceramente, ascoltati gli ultimi lavori, ho preso molto con le pinze dichiarazioni di questo tipo, non aspettandomi altro che l'ennesimo album mediocre e di mestiere.

Sono stato costretto a ricredermi, ma a metà.

Delle atmosfere del già troppo citato "The Reaper" c'è veramente poco: la band continua a viaggiare sulle coordinate degli ultimi lavori, talvolta strizzando l'occhio, specie sui mid-tempo, al lavoro fatto da Schmidt nel suo periodo calante ("The Last Supper" e successivi), ma qualche passaggio azzeccato c'è, per quanto il riffing, e soprattutto il lavoro solista di Ritt non mi faccia gridare affatto al miracolo. A tratti sembra però di percepire l'aggressività di un tempo del vecchio leone spelacchiato dietro al microfono.
Non me la sento di parlare di pezzi particolari, perchè se fosse per me farei un mega copia-incolla dei vari brani per ottenere 10 minuti di disco abbastanza valido, ma va dato atto ai ragazzi (vabbè, ragazzi) che la voglia di tornare ai fasti di un tempo c'è e si sente.

Ora si profilano vari scenari in cui sperare per poter apprezzare nuovamente i Grave Digger ai livelli che sarebbero loro consoni:
-Uwe Lulis impazzisce, decide di ricominciare a suonare come Cristo comanda e di tornare nel gruppo.

-Axel Ritt decide di suonare come secondo chitarrista, dando un senso pratico al suo aspetto da residuo bellico degli anni Ottanta stimolandosi a dovere con il suo nuovo collega cercando di tirar fuori qualcosa di veramente buono.

-Chris Boltendahl smette di pensare al golf e alle cazzate e decide che vuole ricominciare a fare sesso con le groupies che probabilmente non ha mai avuto, e torna a urlare come si deve.

Se non si verificheranno queste condizioni, ho paura che i Grave Digger continueranno ad essere una delle tante band che vanno avanti per inerzia, semplicemente perchè altrimenti non saprebbero cosa fare nella vita e come continuare a portare la pagnotta a casa.
Certo, sempre meglio andare per inerzia con un passato glorioso e una carriera più che trentennale alle spalle piuttosto che esplodere e spegnersi dopo due anni, come tanti, troppi gruppi odierni.
Dai, tiratele fuori 'ste palle, che ora che c'avete un'età vi escono da sole dai pantaloni. Basta solo chinarsi a raccoglierle.